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L’evoluzione delle corse ippiche in Italia: aneddoti e protagonisti dimenticati

📅 11 Agosto 2026✍️ di Martina Pelosi⏱️ 5 min di lettura

Mi trovo ancora oggi in una piazza di Siena, durante il Palio, a ripensare a quanto ascoltato dal vecchio Gino, un fantino che aveva superato gli ottanta anni. Mi raccontava di corse dimenticate, di ippodromi che non esistono più, di cavalli che avevano fatto la storia senza che nessuno, o quasi, se ne accorgesse. Quella conversazione mi ha spinto a scavare tra gli archivi, a riscoprire come le corse ippiche in Italia abbiano attraversato un’evoluzione straordinaria, ricca di personaggi straordinari e di storie che meriterebbero di essere preservate dalla dimenticanza.

Le radici delle corse italiane: quando il cavallo era gloria

Quando penso alle origini dell’ippica italiana, penso soprattutto al Medioevo e al Rinascimento, periodi in cui le corse non erano uno sport strutturato come lo conosciamo oggi, ma piuttosto competizioni spontanee che animavano le fiere e le festività cittadine. Roma Capitale del cavallo, la città eterna, ha mantenuto questa tradizione attraverso i secoli. Il primo ippodromo di Tor di Valle, costruito alla fine dell’Ottocento, rappresentò una rivoluzione nella concezione stessa della corsa ippica italiana.

Prima di allora, le gare avvenivano per le strade, nelle campagne, con un’assenza quasi totale di regolamentazione. Ricordo di aver letto negli archivi storici di Firenze come i fantini del Palio fossero spesso giovani contadini che montavano a pelo, senza sella, affidandosi solamente al loro istinto e al legame ancestrale con l’animale. Non c’era la sofisticazione che oggi caratterizza le competizioni ippiche: erano gare primitive, vere, dove il coraggio e la perizia contavano più di qualunque altra cosa.

I protagonisti dimenticati che hanno tracciato la strada

Uno dei nomi che emerge dagli archivi storici, seppur raramente menzionato, è quello di Carlo Sigonio, un fantino bolognese del XVI secolo che avrebbe vinto più di cinquanta competizioni regionali. Ma è poco conosciuto il caso di Rosa Fermi, una donna straordinaria che negli anni Venti del Novecento iniziò a montare in competizioni ufficiali, sfidando i pregiudizi di un’epoca dove l’equ era considerata esclusivamente una pratica maschile.

Ho avuto il privilegio di imbattermi nella documentazione relativa a questa straordinaria figura durante una ricerca presso la biblioteca civica di Bologna. Rosa non era nobilissima, non proveniva da famiglie di rango: era figlia di un maniscalco e aveva imparato a montare sin da bambina, proprio come me, tra i cavalli della sua comunità. La sua determinazione le permise di gareggiare in alcune competizioni minori, lasciando tracce di un’etica sportiva ancora primitiva ma affascinante.

Poi ci sono i fantini leggendari come Giovanni Golia, detto “il Fulmine”, che correva a Firenze negli anni Trenta. Le cronache dell’epoca lo descrivono come un uomo capace di stabilire una comunicazione quasi telepatica con il cavallo, di comprenderne i movimenti prima ancora che questi si manifestassero. Non aveva una tecnica classica: cavalcava d’istinto, seguendo una tradizione che risaliva direttamente al Palio medievale.

L’evoluzione tecnologica e la perdita dell’autenticità

L’industrializzazione del Novecento ha trasformato completamente le corse ippiche. La Ippica italiana|strutturazione ufficiale delle competizioni, con tanto di federcavalli nazionali e regolamentazioni stringenti, ha portato innegabili vantaggi: maggiore sicurezza, standardizzazione delle regole, protezione degli animali. Ma ha anche comportato una perdita di autenticità, quel senso di avventura che caratterizzava le gare di una volta.

Mi rendo conto ogni volta che vado a cavallo nelle campagne della Maremma come la spontaneità del rapporto uomo-cavallo sia stata progressivamente sacrificata sull’altare della competizione organizzata. I fantini moderni seguono protocolli rigidi, montano cavalli selezionati secondo criteri scientifici, indossano divise standardizzate. Nulla di male in questo, ovviamente: è il progresso. Ma qualcosa si è perso.

Durante gli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’ippodromo di Merano e quello di Capannelle raggiunsero l’apice della loro popolarità, le corse erano ancora legate a una concezione tradizionale del rapporto con il cavallo. I fantini venivano dai villaggi, dalle campagne, non da accademie equestri. Portavano con sé un sapere trasmesso oralmente, generazione dopo generazione.

Le storie non raccontate dei cavalieri donne

Quello che mi affascina maggiormente, e che raramente viene documentato adeguatamente, è il ruolo delle donne nel nostro panorama ippico. Oltre a Rosa Fermi, ci furono altre figure straordinarie: Alessandra Moretti montava nel Veneto negli anni Sessanta, competendo in gare di resistenza che coprivano distanze impressionanti. Non era considerata una “stella” del circuito internazionale, eppur i suoi meriti erano evidenti a chiunque la vedesse all’opera.

Il pregiudizio ha costruito una barriera invisibile che ha impedito a molte di queste donne di ottenere il riconoscimento che meritavano. Montavano con la stessa perizia dei colleghi maschi, talvolta con più sensibilità, ma i giornali dell’epoca si concentravano raramente sulle loro imprese se non per enfatizzare l’eccentricità della loro scelta.

Riscoprire la memoria collettiva dell’ippica italiana

Preservare queste storie non è un esercizio nostalgico fine a se stesso. Si tratta, piuttosto, di mantenere viva la consapevolezza che l’ippica italiana è il risultato di secoli di passione, dedizione e innovazione. Ogni volta che assisto a una corsa, che monto a cavallo attraverso i prati della Maremma, ripenso a questi fantasmi del passato che hanno costruito le fondamenta di quella che io pratico quotidianamente.

Le nuove generazioni di fantini e appassionati di cavalli dovrebbero sapere da dove veniamo, quali sacrifici hanno fatto coloro che ci hanno preceduto per consolidare questa tradizione. Non per vivere nel passato, ma per affrontare il futuro con la consapevolezza della nostra eredità.

La sera, quando riporto i cavalli alle scuderie, ascoltando il loro respiro tranquillo dopo una giornata di lavoro, sento di far parte di una lunga catena di persone che hanno amato questi animali straordinari. Rosa Fermi, Giovanni Golia, Carlo Sigonio: i loro nomi potranno sembrare estranei ai più, ma il loro spirito continua a vivere in ogni corsa, in ogni competizione, in ogni relazione autentica tra uomo e cavallo. E quella, in fondo, è la vera evoluzione che conta.

Martina Pelosi

Martina ha iniziato a montare a cavallo all'età di sei anni, crescendo tra le campagne della Maremma toscana. Dopo aver lavorato come groom per diversi centri ippici, oggi si occupa di addestramento e accompagna escursioni a cavallo. Racconta storie e curiosità sul mondo dell’equitazione dal punto di vista di chi vive la stalla ogni giorno.